Diabete e chetonemia: dati dalla pratica clinica
La chetonemia, ovvero la presenza di corpi chetonici nel sangue, rappresenta un parametro clinico di grande importanza per le persone con diabete, in particolare per chi convive con il diabete di tipo 1 e per alcuni soggetti con diabete di tipo 2 in terapia insulinica o con farmaci della classe degli inibitori del cotrasportatore sodio-glucosio di tipo 2 (SGLT2).
Tradizionalmente il monitoraggio dei chetoni viene effettuato in situazioni specifiche, come in presenza di iperglicemia persistente, malattie intercorrenti, febbre, infezioni, digiuno prolungato o sintomi sospetti per chetoacidosi diabetica. Tuttavia, le nuove tecnologie stanno aprendo prospettive inedite, consentendo di studiare in modo più approfondito l’andamento della chetonemia nella vita quotidiana delle persone con diabete.
Perché monitorare i chetoni?
I corpi chetonici vengono prodotti dal fegato quando l’organismo utilizza prevalentemente i grassi come fonte energetica. In condizioni normali possono essere presenti in basse concentrazioni, ad esempio durante il digiuno o l’attività fisica prolungata.
Nel diabete, però, livelli elevati di chetoni possono rappresentare un segnale di allarme. Se associati a una carenza significativa di insulina, possono evolvere verso la chetoacidosi diabetica (DKA), una complicanza acuta potenzialmente grave che richiede un intervento medico tempestivo.
Per questo motivo le linee guida raccomandano il controllo della chetonemia in diverse situazioni di rischio, soprattutto quando la glicemia supera valori elevati o compaiono sintomi come nausea, vomito, dolore addominale, respiro accelerato e stanchezza marcata.
Cosa ci dicono gli studi real-world?
Negli ultimi anni i ricercatori hanno iniziato a raccogliere dati provenienti dalla pratica clinica quotidiana (“real-world evidence”), con l’obiettivo di comprendere meglio quando e come le persone con diabete controllano i chetoni e quali siano i livelli osservati nella vita reale.
Uno degli studi più recenti, pubblicato nel 2025 da Bergenstal e colleghi sulla rivista Diabetes Technology & Therapeutics, ha analizzato oltre 3 milioni di misurazioni dei chetoni effettuate da più di 165.000 utilizzatori di sistemi FreeStyle Libre in 89 Paesi.
L’analisi ha mostrato che:
- l’87% delle misurazioni presentava livelli normali di chetoni;
- l’8,4% mostrava livelli moderatamente elevati;
- il 2,8% livelli elevati;
- l’1,8% valori compatibili con un rischio significativo di chetoacidosi.
Gli autori hanno inoltre osservato che circa il 79% dei controlli della chetonemia veniva eseguito quando la glicemia era superiore a 250 mg/dL, confermando che la maggior parte delle persone segue le raccomandazioni cliniche attualmente in uso.
Un dato particolarmente interessante emerso dallo studio riguarda la presenza di episodi di aumento dei chetoni che non sempre coincidevano con importanti aumenti della glicemia.
Questo suggerisce che il rapporto tra glucosio e chetoni potrebbe essere più complesso di quanto ritenuto finora e che alcuni stati di iperchetonemia potrebbero passare inosservati se ci si basasse esclusivamente sui valori glicemici.
Verso il monitoraggio continuo dei chetoni
Lo stesso gruppo di ricerca sta valutando una nuova generazione di sensori in grado di monitorare contemporaneamente glucosio e chetoni in modo continuo.
Le osservazioni preliminari ottenute dai primi partecipanti hanno evidenziato che alcune escursioni dei chetoni possono verificarsi indipendentemente dalle variazioni della glicemia. Questo fenomeno è stato osservato sia in persone con diabete di tipo 1 sia in soggetti con diabete di tipo 2 trattati con insulina o farmaci SGLT2.
Queste informazioni potrebbero in futuro migliorare la prevenzione della chetoacidosi diabetica, permettendo di identificare precocemente situazioni di rischio anche quando la glicemia non appare particolarmente elevata.
Quali vantaggi potrebbe offrire il monitoraggio continuo?
Se confermati da studi più ampi, i sistemi di monitoraggio continuo dei chetoni potrebbero offrire diversi benefici:
- identificazione precoce del rischio di chetoacidosi;
- maggiore sicurezza per le persone in terapia con SGLT2-inibitori;
- supporto durante malattie acute o infezioni;
- migliore comprensione dell’impatto di alimentazione, esercizio fisico e digiuno sui livelli di chetoni;
- integrazione futura con sistemi automatizzati di somministrazione dell’insulina.
Gli esperti ritengono che questa tecnologia possa rappresentare un’evoluzione analoga a quella già osservata con il monitoraggio continuo del glucosio (CGM), che negli ultimi anni ha rivoluzionato la gestione del diabete.
Ascolta il podcast dello studio Scientifico: Monitoraggio della chetonemia nel diabete: evidenze preliminari real-world – A cura di Gaetano Leto, Ludovico Di Gioia, Mauro Rigato
Cosa sappiamo oggi e cosa resta da chiarire
Nonostante l’interesse crescente, il monitoraggio continuo della chetonemia è ancora in fase di sviluppo e validazione clinica. Le evidenze disponibili sono promettenti ma preliminari.
Saranno necessari ulteriori studi per definire quali siano i livelli normali di chetoni nelle diverse popolazioni, come interpretare le variazioni giornaliere e quali soglie utilizzare per identificare precocemente il rischio di chetoacidosi.
Nel frattempo, il monitoraggio tradizionale dei chetoni nel sangue rimane uno strumento fondamentale per le persone con diabete che presentano iperglicemia persistente, malattie intercorrenti o altri fattori di rischio per la chetoacidosi diabetica.
Fonte Scientifica: Bergenstal RM, Virdi N, Quadri F, Alva S. Monitoring Ketonemia in People with Diabetes: Preliminary Findings from Real-World Studies. Diabetes Technol Ther. 2025. PMID: 41267372. DOI: https://doi.org/10.1177/152091 56251390833 Link: Journal Club



